Pezzi di sé

Gli oggetti hanno un’attrattiva su di me, non in quanto tali ma perché evocativi. Non credo di possederne tanti, ma sicuramente me ne sono passati per le mani parecchi nel corso degli anni: di molti mi sono disfatta, ma di altri non riesco a fare meno e sono diventati delle inutilità indispensabili.

Alcuni oggetti sono parte di me, altri sono ritrovamenti da robivecchi e stanno lì a raccontare la loro storia.

Appesa al muro, c’è una vecchia incisione che ho acquistato per festeggiare la prima casa con Tuttobene: non volevo comprare qualcosa di utile, volevo fare festa. La guardo e so che, se sono capace di sentire il cuore leggero anche per piccoli avvenimenti, lo devo anche a questa delicata, inutile incisione.

In una scatola c’è l’abbonamento ai trasporti londinesi e quando lo guardo so che, se la mia mente e il mio spirito non sono appassiti, lo devo anche a quel mese a Londra che ho ancora nelle ossa.

Dentro a due scatole trasparenti ci sono i pupazzi che i miei figli hanno strapazzato, abbracciato, ciucciato e ridotto a due cenci per anni, i loro primi anni e quando li guardo so che ciò che sono lo devo per molta parte a questi due splendidi bambini.

Attorno vedo pezzetti di me trasformata, migliorata, accettata, affaticata e so che la strada che percorro è da costruire un passo alla volta, ma so anche che un passo è sempre pronto da fare, so che non mi fermo mai.

E attorno ho anche gli oggetti del rigattiere che non mi appartengono in senso stretto, ma che possedendo una loro vita anteriore, hanno quel fascino “dell’uomo vissuto”, il fascino di chi ha qualcosa da raccontare: la coppia di abat-jour con i cappelli un po’ ciancicati, la teiera della vecchia signora, i vasetti portafiori, la cornice un po’ ammaccata portano con sé delle vite, dei profumi a cui mi piace dare un’altra possibilità.

Quando ho trovato la piccola teiera inglese insieme con tutte le sue tazze, i suoi piattini e la sua zuccheriera, la brocante mi ha raccontato di come il servizio fosse arrivato a lei: era stato portato da un giovane signore che aveva svuotato la casa della zia, single si dice oggi zitella si diceva qualche anno fa, mancata da poco.

E io la immagino la vecchia signorina, seduta nel salotto buono arredato con solidi mobili di legno scuro, quelli di una volta e al posto d’onore la cristalliera che espone i pezzi più belli, le firme della porcellana che non si usano mai, ma che si sa, ci vogliono in una casa distinta.

Avrà offerto il té al parroco che le benediva la casa? O lo avrà offerto al nipote che la andava a trovare ogni tanto, magari per dovere? La lattiera si sarà rotta o non ci sarà mai stata? Avrà usato una tovaglietta tutta ricamata? Era felice la vecchia signorina?

La piccola teiera inglese non ha segni all’interno: il té veniva probabilmente preparato nel pentolino, come si usava una volta e poi versato direttamente nelle tazze, ma sicuramente ha fatto bella mostra di sé nella cristalliera suscitando commenti ammirati circa il buon gusto o le ottime finanze della vecchia signorina.

Vi posso invitare per un té?

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Quando una donna si sveglia, le montagne si muovono Proverbio cinese
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