“Più impari meno temi” (cit.)

Gli autori britannici generalmente mi piacciono, molto, per quella sottile ironia che pervade le loro storie, leggere ma mai superficiali, che ci raccontano noi stessi senza angoscia, ma precise come una lama.

Ecco come ho trovato

Il senso di una fine
di Julian Barnes, ed. Einaudi
traduzione di Susanna Basso

che senza fronzoli e senza alibi ci mostra che cos’è voler vivere senza eccessive preoccupazioni né grandi felicità: l’aurea mediocritas, che l’autore ci mostra per niente dorata.

Un invito alla lettura attraverso le parole dell’autore

(…) quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde  a ciò di cui siamo stati testimoni.

(…) eravamo presuntuosi, se no a che serve essere giovani?

(…) prendiamo d’impulso una decisione e ci costruiamo sopra un’infrastruttura di ragionamento che possa giustificarla. Il risultato poi lo definiamo buonsenso.

Quello che ti è impossibile è guardare avanti e immaginare te stesso che guarda indietro dal punto che avrai raggiunto nel futuro.

La mia esistenza si era sviluppata, o solo accumulata?

Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela?

Le età della vita regalano soprattutto prospettive differenti su accadimenti e opinioni: il fatto però che la prospettiva sul passato non permetta modifiche a ciò che è stato, rende il guardare indietro, spesso, desolante.

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Quando una donna si sveglia, le montagne si muovono Proverbio cinese
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2 risposte a “Più impari meno temi” (cit.)

  1. Maurizio Vagnozzi ha detto:

    Grazie per il suggerimento sul libro. Mi sembra di cogliere una nota di tristezza nell’ultimo capoverso: la vita ti regala esperienze continue che ci costruiscono il nostro essere attraverso la nostra storia. Storia di gioia, di tristezza, di errori, rimpianti e di gioia. Tutto ha valso la pena di essere vissuto … with no regrets.

  2. ogginientedinuovo ha detto:

    Hai ragione: tutto vale la pena, ma nel contesto del libro cioé nella mediocrità perseguita più che subita, cambiare la prospettiva negli anni che passano, significa aprire una crepa, uscire virtualmente dalla mediocrità e dare uno sguardo di rottura: per forza di cose è desolante. Cosa che non accade in Stoner di J. Williams, americano di altra epoca, per esempio.
    E soprattutto, non prendermi troppo sul serio perché Fernanda Pivano era un’altra cosa, eh! ;-). Greet Singapore for me! Buona domenica!

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