Lavorare stanca (cit.)

Ieri mattina, del tutto casualmente, sono riuscita ad ottenere una risposta che aspettavo da 3 mesi da parte dello studio di amministrazione che segue il nostro condominio. L’ho ottenuta mentre ero dalla parrucchiera con la tinta in testa e non grazie alle 5 impiegate dello studio stesso a cui avevo telefonato più volte pregando in ginocchio di sapermi dire qualcosa.

Questo mi ha riportato alla mente alcuni episodi della mia passata vita da impiegata, mi ha richiamato alla memoria racconti recenti di situazioni sui posti di lavoro e mi ha scatenato pensieri poco edificanti su che cosa significa oggi lavorare.

Su 5 impiegate, io avevo parlato con 3 diverse, raccontando la situazione a tutte: nessuna ha mai provato a capire di che pratica stessi parlando, nessuna ha cercato la collega che potesse sapere qualcosa, nessuna mi ha mai richiamata con la risposta che mi doveva, perché è il suo lavoro e perché io la pago.

Tutte scocciate e scazzate, sempre e a priori.

Gli episodi che mi si sono riproposti della mia vita che fu riguardano colleghi più giovani di me di una decina d’anni, quindi generazione già diversa, assunti un paio d’anni prima che io mi dimettessi.

Ecco, scocciati e scazzati, sempre e a priori, con l’aggiunta di punte di arroganza e saccenza dovute al fatto che loro erano laureati, da due giorni, ma avevano ‘sto benedetto pezzo di carta: questo, nelle loro menti alte e sopraffine, significava che non dovevano fare la gavetta e che non avevano nulla da imparare.

Episodi diversi, ma uguali li ho sentiti lungo questi anni, raccontati da Tuttobene e da amici: uno addirittura suonava la sera in una band e di giorno dormicchiava davanti al computer, un altro usava i computer al lavoro per farsi i suoi programmi e riteneva nel suo cuoricino che i suoi datori di lavoro dovessero baciarsi i gomiti per averlo con loro.

Non so, ma mi sembra una china in discesa, scorgo un deterioramento continuo e neanche tanto lento del come si lavora, del perché, del quanto e delle motivazioni che a tutto questo stanno dietro.

O io ero una pirla, con rispetto parlando, a cercare di capire come funzionavano le macchine, a richiamare i clienti e a risolvere i loro problemi, a non abusare degli straordinari, a credere che se io avessi lavorato bene l’azienda avrebbe prosperato e io sarei stata meglio, ad aiutare i nuovi assunti, a consolare le cuoche della mensa, a portare i pasticcini per i miei 140 colleghi, impiegati, operai, meccanici e cuoche quando mi sono sposata, a scusarmi con la signora delle pulizie se doveva ritadare a pulire il mio ufficio perché non me ne ero ancora andata, o da un po’ di anni a questa parte c’é molta superficialità, lassismo, arroganza, mancanza d’amore e rispetto per il lavoro in sé e per il proprio in particolare.

Ma davvero si è ridotto tutto a prendere lo stipendio a fine mese? Davvero l’unica e sola cosa che importa è avere il denaro? Ma questo lo posso capire in chi ha 50 anni, lavora da 30 e fa un lavoro noioso.

In lavoratori trentenni mi spaventa.

E, per dirla tutta, mi fa anche girare i maroni perché non si riesce ad ottenere servizi decenti.

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Quando una donna si sveglia, le montagne si muovono Proverbio cinese
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3 risposte a Lavorare stanca (cit.)

  1. Maurizio Vagnozzi ha detto:

    Affronti un discorso difficile, con il quale io mi sono scontrato per anni, vedendo molto spesso imputare a terzi (azienda, colleghi, capo, congiuntura economica, leggi, governo, etc) la colpa delle proprie frustrazioni, reagendo con un’apatia nella quale tutto (all’infuori di se stessi) è ampiamente secondario.

    Se da una parte l’approccio e la disponibilità di sacrifici che le generazioni di (oggi) cinquantenni o sessantenni, sono completamente avulse dalle quelle più giovani, dall’altra la cultura dello “scazzo e lamentela” diventa spesso dominante e trasversale, a discapito sia di una propria crescita personale, professionale, sia soprattutto dei servizi erogati.

    Ho cominciato a lavorare a 20 anni, mentre studiavo all’università: oggi ne ho 54. Ogni volta che ho avuto un ruolo o un lavoro che non mi soddisfaceva ho cercato un cambiamento, ma senza compromessi sul livello delle mie prestazioni: questo è quanto insegno a mia figlia, ma soprattutto alle diverse decine di persone (e sono molte, credimi) che, sparse per il mondo, lavorano per me.

  2. ogginientedinuovo ha detto:

    Eh! Ma essere frustrati a trent’anni, pensare che è colpa del mondo e che chissenefrega basta che il 27 arrivi lo stipendio, non è vita, né per chi lo pensa né per chi ci ha a che fare: è odioso essere trattati a pesci in faccia perché l’impiegato che si ha di fronte se ne frega e può farlo perché il suo capo non lo richiamerà all’ordine. E’ un sistema, dal basso verso l’alto e anch’esso sta distruggendo il lavoro buono qui in Italia (all’estero non so).
    Un cliente, che sia sia un key customer, l’ultimo scaccione o un compratore in un negozio, non lo si tratta MAI male o con sufficienza: credo che questa dovrebbe ancora essere la regola aurea.
    Un utente non lo si tratta MAI male o con sufficienza perché in ultima analisi è un cliente, perché alla fine Tizio si sente anche autorizzato a non pagare le tasse perché gli impiegati dell’ASL sono cafoni…
    Con i colleghi si DEVE essere civili e collaboratovi perché altrimenti l’azienda non funziona bene. Non si deve essere amici, che è un’altra cosa, ma educati con qualsiasi funzione.
    E i capi dovrebbero dedicare tempo a questo tipo di formazione perché oggigiorno istintivamente questo approccio non c’è.
    Insomma mi piacerebbe andare alla segreteria della scuola di mia figlia e non essere cazziata perché sono lì a disturbare, per dire.

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