Cara Nanda,

hai scritto già ottantenne di come hai attraversato la vita, delle idee che ti hanno animata, delle tue emozioni, delle tue persone, hai disegnato ancora i tuoi quadrifogli e hai continuato a sorridere.

Hai scritto che «Shakespeare (…) Omero (…) ci hanno insegnato che non c’è droga più fatale del sogno (…)» e ci hai creduto tutta la vita. E ci hai lasciato il sogno come certezza, mi hai lasciato la possibilità della certezza del sogno, perché sorridevi sempre. Hai vissuto un sogno lungo una vita, attraversando persone e idee. E ci hai lasciato il sapere che hai costruito con queste persone e in queste idee, mi hai lasciato la possibilità di credere nelle persone prima di ogni altra cosa e contro corrente.

Hai scritto che «Si stava lì delle ore, nei vacant lots, (…) a parlare parlare parlare di come salvare il pianeta, le anime del pianeta, le piante del pianeta, il passato del pianeta, il futuro del pianeta, le civiltà calpestate, le foreste distrutte, le religioni devastate. (…) le mani restavano strette (…): il nemico da cui salvarsi era l’Establishment (…) la parola che sarebbe diventata l’orco cattivo di due generazioni. Solo di due? Terrorismo e dittature nere rosse gialle verdi continuano ancora (…). Ma nei vacant lots nessuno si tiene più per mano. Quella storia lì è finita. Per sempre?» perché eri avanti, avanti sui tempi, sulle emozioni. Forse quella storia è finita, ma non è detto che non ne possa iniziare una uguale benché diversa. Ci hai lasciato comunque il sogno che possa succedere.

Perché quando ci dici che il sogno “è” – “esiste”, allora ci dici che parlare, tenersi per mano e lottare per salvare noi e il nostro mondo è ancora possibile: è questo che mi hai lasciato, la certezza della possibilità. Perché tu sei stata il possibile: in tempi in cui alle donne era chiesto di essere mogli e madri, e alle persone era chiesto di obbedire, hai trovato la via per essere quello che volevi essere.

Hai scritto: «Sul tuo [Chopin] Pleyel ho conosciuto i miei soli momenti transumani, i momenti di estasi quando il corpo si scioglie nell’emozione e l’emozione abbraccia l’intera realtà. », il riposo di una mente vulcanica, sempre presente a se stessa, una mente ingombrante che non ti dava requie. La musica ti ha lenito l’urgenza del pensiero, il flusso dell’intuito, la musica, che è sempre anche per chi non la sa suonare, il solo tutto entro cui corpo e mente trovano la loro unità.

Che ammirazione quando dici: «(…) il mio tema dove avevo commentato (…) che prima cosa nessuno dovrebbe andare a ammazzare o farsi ammazzare in guerra e seconda cosa se proprio ci dovevano andare dovevano riempirsi di fiori le canne dei fucili in modo che se dovevano sparare sparassero fiori innocui e profumati. Era il 1937 e già allora ero in polemica con le idee dell’Establishment (…)». Perché avevi vent’anni e avevi coraggio: il coraggio di pensare fuori dal coro, il coraggio di essere ciò che dovevi essere, di amare chi volevi, avevi il coraggio delle parole e il coraggio di dire che Pace e Amore erano quello che avrebbe dovuto essere, nel 1937. E’ questo che ci hai lasciato, che mi hai lasciato: non importa che cosa si dice, c’è una cosa giusta e c’è una cosa sbagliata e bisogna scegliere quella giusta.

E hai attraversato tutta la parabola, «(…) prima che civiltà vigliacche distruggessero tutto per vendere illusorie porcate. Come dire, come difendersi dal consumismo?
Mi sa che non si può dire.» Non si può dire? Cioé non c’è un modo di difendersi dal consumismo? Ossignore, ma dobbiamo provarci, per forza, anche noi che dentro queste “illusorie porcate” ci siamo nati e le diamo per scontate, dobbiamo provarci. Perché è un’altra dittatura, senza colore o di tutti i colori, è un’altra imposizione, è un’altra mano che ci costringe a essere quello che non siamo.

E allora, cara Nanda, abbiamo bisogno, ancora, delle tue parole, dei tuoi quadrifogli, dei tuoi ricordi, dei tuoi libri che nessuno voleva. Del tuo esempio: studiare, conoscere, avere fiducia nel nuovo, capire, essere curiosi del mondo, suonare musica.
Abbiamo bisogno che quest’anno sia un anno alla Pivano.

I miei quadrifogli, di Fernanda Pivano, edizioni Frassinelli

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Quando una donna si sveglia, le montagne si muovono Proverbio cinese
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3 risposte a Cara Nanda,

  1. gattolona pasticciona ha detto:

    Grande donna Fernanda Pivano! L’ammiro molto, era avanti a noi e aveva capito bene l’importanza della musica e della beat generation, tradendo “la cacca” degli scrittori laureati per i “poeti d’oggi” come diceva lei, cioè i cantautori. Amica di Vasco, Morgan. Liga, Jovanotti, De Andrè, con lei se n’è andato un pezzo importante di un mondo che oggi sembra ancor più lontano. Censurò una parte dell’epistolario di Cesare Pavese, quello più personale e privato dal momento che Pavese era innamorato folle di lei. Oggi gli scrittori italiani sono già vecchi subito dopo aver pubblicato il loro primo libro, lei era innovativa perché convinta che la vera poesia arrivasse dalla musica e dalle parole. Secoli fa la poesia veniva cantata dai menestrelli per le strade: oggi tocca ai cantanti e ai musicisti continuare a farla vivere. Bravissima nel componimento del tuo post!Gattolonapasticciona.

    • ogginientedinuovo ha detto:

      😉 Pivano è un faro. L’ho sempre ammirata molto! Direi che la ami anche tu, eh?

      • gattolona pasticciona ha detto:

        Si’ giusto, è una donna vera che è sempre stata sè stessa, credo che lei non soffrisse proprio di nessuna ansia da prestazione e non competeva con nessuna. lei era la “Nanda” punto e basta. fabiana.

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