Dopo il 25 Aprile non ebbero più paura

Tutte le cerimonie e tutte le celebrazioni del 25 Aprile mi fanno sempre tornare in mente i racconti degli anni di guerra che ascoltavo dai miei nonni. Chiedevo che mi raccontassero quei giorni paurosi. Ed è stato un bene. Ho sentito la guerra vicina. Ho sentito la paura vicina.

I miei figli non hanno sentito racconti dalla voce di chi c’era in guerra: i loro nonni erano bambini allora e raccontano le bombe e la paura in un modo diverso da chi allora era adulto.

Era sceso dalle colline col buio e aveva bussato all’improvviso.

Mia nonna non aveva ancora 50 anni ed aveva i capelli completamente bianchi chiusi in un ciuffo; aveva un marito sarto e quattro figlie tra i venti e gli otto anni. Aveva paura e aveva coraggio. Tanto.

Aprendo la porta si era trovata davanti il fidanzato di una delle figlie di mezzo, trafelato, armato e spaventato che chiedeva di vedere la sua bella ché lassù in collina era dura, c’era freddo e c’era la paura.

Mia nonna lo fece entrare, ma gli disse che non avrebbe potuto passare la notte lì: se qualcuno lo avesse visto e li avesse denunciati, sarebbero stati fucilati tutti.

Lo lasciò stare in casa tanto perché tornasse in collina meno spaventato, poi gli portò un gonnellone lungo fino ai piedi, uno scialle e un foulard. Lo fece vestire da donna e si mise gli scarponi: – Lo accompagno dal mugnaio, lui saprà che cosa fare… Non uscite, non aprite la porta.

Attraversò i campi innevati, lei davanti, il giovane partigiano dietro, vestito da donna, fino al mulino, poi tornò a casa dove le figlie e il marito aspettavano seduti accanto al fuoco.

Mia nonna aveva paura e aveva coraggio. Aveva dovuto avere coraggio.

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Una mattina al caseificio arrivò una colonna di repubblichini con dei feriti. Erano a piedi e avevano bisogno di un carro per raggiungere l’ospedale.

Il caseificio era in collina, più vicino ai partigiani che alla Repubblica di Salò e mio nonno lavorava come ogni giorno al suo burro e al suo grana, tenendosi il più possibile fuori dai problemi.

Aveva una moglie, un figlio tredicenne, una suocera sfollata dalla città e garzoni che lavoravano con lui. Aveva anche un carro col cavallo. Ma non aveva coraggio.

I repubblichini a fucili spianati ordinarono di attaccare il cavallo al carro; mio nonno aveva paura e non aveva coraggio,  le donne piangevano, i garzoni erano pietrificati. Le loro vite in quel momento non valevano nulla.

Ma il carro non bastava, ci voleva un ostaggio che lo guidasse e che fosse ben visibile attraversando il bosco dove si nascondevano i partigiani. Mio nonno aveva paura e non aveva coraggio, sapeva che i partigiani avrebbero attaccato la colonna anche se c’era un ostaggio, lo sapeva, era così, non poteva essere diversamente.

Fu costretto a salire sul carro, prese le redini e fece partire il cavallo. Sua moglie e suo figlio piangevano: non sarebbe tornato.

Nel mezzo del bosco, i partigiani attaccarono la colonna. Mio nonno aveva paura e non aveva coraggio, ma aveva fortuna. Venne ferito ad un piede, ebbe problemi  e zoppicò per tutta la vita, ma si salvò.

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Il 25 Aprile 1945 finì un incubo, per mia nonna materna, per mio nonno paterno, per tutti.  Il 26 Aprile si ritrovarono ad iniziare una nuova vita, contando i morti, cercando di cacciare la paura stanchi di averla sempre al fianco, aspettando che i soldati lontani tornassero, forse. Si ritrovarono a fare i conti di una guerra civile, con famiglie divise dalle ideologie, con l’odio che correva ancora.
Il 26 Aprile fu il primo giorno di libertà, per mio padre e per mia madre nati in era fascista. Il primo giorno di libertà dopo cinque anni di miseria, di bombe, di fame, solo ricordi di guerra per loro bambini.

Dal 26 Aprile 1945 mia nonna ebbe sempre un gran coraggio, anche se non ebbe più paura; dal 26 Aprile 1945 mio nonno continuò a non avere coraggio, ma anche lui non ebbe più paura.

 

 

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Quando una donna si sveglia, le montagne si muovono Proverbio cinese
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7 risposte a Dopo il 25 Aprile non ebbero più paura

  1. Maurizio Vagnozzi ha detto:

    Bellissimo il racconto, e gran giorno il 26 Aprile 🙂

  2. Ma Bohème ha detto:

    Molto molto bello. Sai che può essere la continuazione del mio post di ieri? Preziosi nonni e zii. Testimonianze dirette più incisive di qualsiasi libro.
    Grazie per avere condiviso il 26 aprile.
    Buon weekend 🙂
    Primula

    • ogginientedinuovo ha detto:

      Grazie! E’ stato soprattutto il tuo racconto di ieri a farmi ricordare di quando, bambina, chiedevo ai miei nonni: – E poi? E il repubblichino cos’ha detto? E il nonno che ha fatto? E tu piangevi? E la nonna aveva paura? Ero curiosa e vedevo, nella loro foga a raccontare, la paura quella vera, la paura della morte. Mia madre non sopporta ancora oggi la lingua tedesca, ricordo dei rastrellamenti e quando sente la parola Mongoli ha un sobbalzo. E’ la vita che esce dalla guerra e che abbiamo letto nei loro occhi.
      Buon week end anche a te cara 🙂

  3. lullina76 ha detto:

    Anch’io sono stata fortunata ad avere i racconti dei miei nonni (quelli paterni sono ancora vivi e ancora mi faccio raccontare) e del mio bisnonno che fece la prima guerra mondiale. Senza di loro non avrei mai compreso realmente…..anche se fino in fondo noi non possiamo saperli veramente quella paura e quel coraggio…

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