FOMO? JOMO!

Io ho scoperto prima la JOMO e poi la FOMO, ma in realtà nasce prima la FOMO e poi eventualmente la JOMO.

Ho bevuto?! Beh, ci potrebbe anche stare… ma no, non ho bevuto.

Ho scoperto quale forma abbia la sostanza del presenzialismo, del frequentare tutti gli stessi locali e le stesse compagnie, del vestirsi tutti uguali con le stesse marche, modelli, colori… da giovani sì, ma spesso anche in età adulta, almeno qui nella provincia profonda.

La forma è FOMO, appunto: Fear Of Missing Out (paura di essere tagliati fuori), paura che è sempre esistita e che, nell’era della tecnologia, si è fatta virulenta.

E’ una paura che posso capire, soprattutto nei giovani, quando essere accettati dal gruppo è fondamentale: ci vogliono spalle molto larghe per essere dei “solitari diversi” e non è facile averle durante l’adolescenza e la prima giovinezza. Le spalle larghe vanno costruite, plasmate, rinforzate e per far questo servono strumenti che un giovane sta appena abbozzando.

Invece, non riesco a capire la stessa paura negli adulti, mascherati da trend-setter, ma sostanzialmente non in grado di sopportare la diversità, loro e altrui.

E’ stato illuminante, per me, trovare a fluttuare nell’aria questa forma – FOMO – perché ho avuto davanti agli occhi, ben chiaro, che temere la diversità, necessitare sempre e comunque di omologazione, in età adulta è una paura. Ed è una delle paure peggiori: è la paura del proprio sé, di non farcela, di non essere in grado, di essere inadeguati, di essere incapaci.

Perché la mia generazione, qui, per dire, d’inverno, si butta su un Moncler e quello è di fatto segno distintivo di appartenenza sociale? Cinquantenni, eh!, mica ventenni… Perché la mia generazione, qui, per dire, frequenta tutta lo stesso locale, altro segno distintivo di appartenenza sociale?

E’ una generazione che ha ancora paura, come ne aveva trent’anni fa quando si vestiva da Paninara, che la diversità renda fragili, renda soli, che vivere voglia dire essere come gli altri, essere con gli altri.

E’ una generazione che, sotto sotto, fa ancora l’equazione solo = sfigato. E’ una generazione che è cresciuta nel tempo senza riuscire a realizzare compiutamente quegli strumenti essenziali per diventare adulta.

Ed è una generazione che fatica molto ad accettare la diversità, almeno, qui nella provincia profonda.

Ce l’ho avuta anch’io la FOMO a sedici/diaciassette anni, mi sono sentita (mi hanno fatta sentire) sola e sfigata, desiderosa di essere accettata. Non ce l’ho più, da tanto tempo.

Adesso, posso affermare di essere affetta da JOMO (Joy of Missing Out), che ha di certo una sfumatura snob, ma soprattutto permette di vivere bene, compiutamente e in modo emotivamente ricco!

Sono ciò che sono, sfigata o trend-setter non ha, nella sostanza, alcuna rilevanza; sono ciò che mi piace fare. Perché sono io stessa che guardo la mia vita e la valuto per migliorarla, per abbellirla, ma sempre in modo costruttivo.

Il giudizio che temo di più è il mio, non quello degli altri.

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Quando una donna si sveglia, le montagne si muovono Proverbio cinese
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18 risposte a FOMO? JOMO!

  1. vagoneidiota ha detto:

    No. No. No. No.
    Non fare così, adesso.
    Eh no, cara.
    《Tu che sei distante dagli altri. La tua gioia in questo. Ma si, tutti stereotipati. Ma va, meglio soli che marchiati. 》
    Eh, no.
    La verità,  treccia, è che tu hai aderito al JAT.
    O meglio, ti ci hanno infilata.
    E tu, tra pattinate raccogli polvere, denunce di figli di puttana su auto parcheggiate, letture calibrate, pensieri da Osho a Nietzsche, lancio di capelli a mo di scala, caffè in tutte le posizioni, tu vivi il JAT.
    Per carità,  un modo di essere. Una filosofia.
    Affacciarti, guardare, respirare e dirmi che, se vuoi, sali. Io non scendo.
    J’Aime la Tour.
    A Parigi,si dice, è per l’attaccamento alla terra. Al simbolo.
    Qui, tra Milano e Comacchio è la torretta di Treccia.
    Non si esce non si entra.
    Si, bhe, un pertugio da quel cazzo di apertura sul muro che il tuo architetto del paese continua a chiamare finestra.
    Ma, sostanzialmente, non si accede. Si guarda.
    E tu, principessa treccia, fai di più.
    Crei il simbolo e fai in modo che gli altri ti guardino.
    “Oooh, si è affacciata!”
    “Nooo. Quando?”
    “Adesso!”
    “Adesso?”
    “Si. Correte. Correte alla torre”
    Tu, mostri, vivi e sei la torre.
    “Ohhh, guardatela. Pare un Santo”
    “No. Di più. Guardate l’aureola. Sembra Barbara D’Urso!”
    E ne premerai solo uno alla volta. Il tuo caffè non è per tutti.
    “Carissimi. ..”
    “Ooooohhhh”
    “Fedelissimi….”
    “Aaaaaaahhhh”
    “Vi ringrazio d’esser giunti fin qui. Qui sul promontorio della torre.”
    Uno sguardo alla vastità umana.
    “Avete tolto i vostri Moncler, gli swatch, i rolex (per chi ne ha)? Le armature di Prada, gli elmetti di Borsalino e gli scudi di Cartier?”
    “Siiiiii”
    Un urlo di massa. Teste in aria.
    “Adesso, allora, con calma e con amore tutto per me, solo per me, indossate la maglia!”
    E tutti, come fossero un unico ente, spogliati infine dell’inutile, del pelo e del rolex, mettono su la maglia.
    Una t-shirt, in verità,  di quelle comprate in cina a 53 centesimi e poi rivenduta al popolo adorante a 4,50 euro.
    Ma non è questo quel che conta.
    Perché c’è la scritta sul petto: “JAT! j’aime la tour. J’aime le Café.”
    Venerandoti, un altro grido che scuote la valle.
    Un Jat continuo. Vibrante. Alto e amorevole.
    E tu, sorridi. Annuisci con la  testa, scuoti l’aureola.
    Ne indichi uno a caso, uno con la calzamaglia nera.
    “Tu, buon uomo, sali!!! Il caffè è sul fuoco.” Poi, “Voialtri,  disperdetevi!”
    E quando tutti son andati, chi con l’asino, chi con il cavallo, chi con il carro, chi con una Ferrari usata, dici all’uomo di raccogliere quel che resta in terra, tra i brand sottomessi.
    “Metti nel capanno. Perché la maglietta, se s’ha da fare, si deve pure pagare. Che sti cinesi…”
    E quello, ingobbito, raccoglie e mette nelle stalle. In attesa del prossimo mercato.
    Poi, orgoglioso, si arrampica per il caffè. Fiero. Con la sua maglia Jat.
    Che la torre, o la ami o non la ami.
    Ma se l’ami, pure la vivi.
    Eh, si. La globalizzazione!

    Tira va. 
    E caccia lo sfigato con la calza. Che io il caffè non lo prendo con la plebe.

    Jill scott – the fact is

    • ogginientedinuovo ha detto:

      Tu sai che la metafora della torre mi si confà, alla perfezione. E non è motivo di vanto, ça va sans dire. E’ una constatazione. Perché il rischio è quello che dipingi tu.
      Ma, ancora, finché non troverò una soluzione, lascia che io sia JAT 🙂
      Piglia la treccia, va’, e salta su che il caffè ti aspetta!
      Buona giornata, carissimo 🙂

  2. Aldievel ha detto:

    Bel post… Mi ha colpito molto la riflessione – precisa – sulla tua generazione. Anche altrove è così e la mia generazione non è migliore…
    JOMO è un’ottima condizione. Sempre.
    Ciao!

  3. sguardiepercorsi ha detto:

    Scusa, oggi faccio un po’ l’avvocato del diavolo… 😉
    Il bisogno di appartenenza a un gruppo è scritto nei nostri geni, nessuno esente. I piumini firmati Tizio o Caio sono solo forme legate a un tempo e a un luogo, ma il fenomeno in sé appartiene all’essere umano, di ogni tempo e luogo. Un po’ forse scegliamo i gruppi in cui riconoscerci. Ma poi anche su questa “scelta” ci sarebbe parecchio da dire…. Molto è agito dal nostro imprinting affettivo, dalla nostra storia… I margini di scelta libera sono spesso molto più piccoli di quello che ci piace credere.
    Detto questo, è buona cosa riflettere su ciò che facciamo, e su ciò che ci spinge a farlo… Consapevolezza è sempre un maggior grado di libertà, e cercare appartenenza tra persone che sentiamo affini o distanti ma dialoganti ci fa stare bene.
    Jomo è comunque un gruppo di appartenenza 😉
    Ora rimetto a posto l’avvocato del diavolo e ti auguro una buona serata! Un abbraccio 🙂

    • ogginientedinuovo ha detto:

      Sì, hai ragione! JOMO è un altro gruppo di appartenenza.
      Quello che mi ha fatto riflettere è proprio la F di FOMO, cioé la paura che pare sia diventata vera fobia in questi tempi di social network.
      La paura seria di non essere come gli altri. Non credi che questo ci faccia addentrare sempre più sulla strada del rifiuto della diversità?
      Abbiamo così seriamente timore di essere diversi? Temiamo così profondamente il diverso?
      Perché diverso è uno che non ha il Moncler (e mi sono tenuta sul leggero), ma è anche un omosessuale per un eterosessuale, un africano per un europeo, un ebreo per un nazista…
      E’ questo che ho pensato: un’omologazione sempre più stringente in età adulta può comportare un rifiuto sempre più categorico di ciò che è altro.
      E’ bello che ci sia l’avvocato del diavolo, sai?! 🙂
      Buona serata, sguardiepercorsi!

      • sguardiepercorsi ha detto:

        le dinamiche dei gruppi creano omologazione ed esclusione del diverso. Fenomeni che non accadono solo oggi. Accadono in ogni psiche e in ogni gruppo. Compito dei singoli e dei gruppi è fare il faticoso e complesso lavoro di integrazione, che richiede molta consapevolezza, impegno. È un lavoro contro-istintivo, che non finisce mai. Perché aree di rifiuto di un qualche diverso sono in ognuno di noi. Molto spesso neanche le vediamo, perché ci siamo troppo dentro. Il diverso è anche il grasso o il magro, il modaiolo o l’eremita, il guidatore di suv o biciletta.
        È sicuramente più facile, in ogni tempo e luogo, omologarsi, abbracciare un’ideologia, e questo, in ogni tempo e luogo, ha creato qualche caccia alle streghe.
        Non vedo un peggioramento della nostra società, vedo fenomeni che continuano ad accadere mutando forme, e in questo percorso vedo anche un aumento della consapevolezza, un andare verso una maggiore tutela dei diritti delle persone, una maggiore attenzione a questi temi. E a fianco dei progressi, sacche di resistenza, di ignoranza, parti di umanità che faticano a progredire… Ma questo è inevitabile.
        Nell’insieme, però, un “diverso” ha maggiori chances di vivere meglio oggi che cinquant’anni fa.
        Buona notte! 😉

  4. Maurizio Vagnozzi ha detto:

    io mi sento HOFTPIP … “happy of finding the toilet paper in place”: che sia troppo materialista o troppo asociale?

    • ogginientedinuovo ha detto:

      Ah ah ah! Anch’io sono HOFTPIP e in questo caso la sperimentazione del diverso, devo confessare, non mi tenta né mi esalta 🙂
      Questa abitudine anglosassone a ridurre tutto ad acronimi, mi piace un tot!

  5. Alice ha detto:

    Concordo sul bisogno di appartenenza: è vero che spesso ne sentiamo l’esigenza. Diverso è però legarsi agli altri per affinità (ed è l’appartenenza più bella, secondo me) dal legarsi solo per sentirsi accettati. A me quelli tutti uguali, magari anche superficiali, non sono mai piaciuti. Ebbene sì, sono stata sfigata e sola anch’io. E come non condividere l’ultima frase “Il giudizio che temo di più è il mio, non quello degli altri.”
    E’ con quello che combatto da una vita: essere all’altezza di se stessi può essere molto difficile.

    • ogginientedinuovo ha detto:

      Sono d’accordo: appartenenza per affinità non è sottomissione per essere accettati. Che poi, a volte, non ci si rende nemmeno conto di essere sottomessi.
      Già. Combatto anch’io per piacermi e giudicarmi positivamente. Lotta sempre in essere 😀

  6. Drimer ha detto:

    Una bella analisi sul come e quando ci relazioniamo con gli altri, devo dire che non mi sono mai sentito attratto da un modo di fare o di essere IN per non rischiare di essere OUT, forse perchè sono stato e resto sempre io in qualsiasi situazione; credo che prima di farsi accettare bisogna accettarsi, fondamentale base di partenza per restare a galla, sempre. Poi, se a qualcuno o qualcosa non mi piace fa niente, mi faccio…uno Yomo e meglio digerisco.
    Buona notte 😉

    • ogginientedinuovo ha detto:

      Sono d’accordo: prima di farsi accettare bisogna accettarsi. E forse quando ci si è accettati, non si sente più nemmeno tanto la necessità di farsi accettare 🙂
      Buon week end, caro Drimer!

  7. paroledimaru ha detto:

    Finché il nostro giudizio sarà più temibile dell’altrui saremo al sicuro… 👍

  8. massimolegnani ha detto:

    ..e io che credevo parlassi di yogurt!!
    (ma condivido le tue scelte, meglio jomo che fomo)
    ml

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