Incontri ravvicinati del 3° tipo

Qualche giorno fa ero in un supermercato, uno di quelli che venivano definiti hard discount: sta di fianco a casa mia e ogni tanto ci passo per vedere le offerte, che a volte sono interessanti.

Nei periodi pasquale e natalizio ci vado sempre per far scorta di tortini di patate b-u-o-n-i-s-s-i-m-i che vengono venduti solo per le feste.

Dunque, mi ero caricata in braccio quattro o cinque confezioni di tortini e mi aggiravo per vedere se ci fossero altre cose interessanti; ero in mezzo alla corsia del banco frigo e guardavo con attenzione da lontano; ho notato dei piccoli dessert della stessa marca dei tortini e mi sono avvicinata convinta, ne ho prese due confezioni e mi sono girata per andarmene.

A quel punto, mi sono accorta di un uomo lì a due passi: un po’ più giovane di me, capelli neri corti, pettinati con cura con la riga da parte, occhi neri piccoli e troppo aperti, bocca piccola e arricciata da una tensione, maglione azzurro cielo con le maniche troppo lunghe.

Stava fissando alternativamente me e il punto del frigo dove stavano i dessert, una due tre volte, mi ha dato un ultimo sguardo come dire: – Credi di essere furba, eh?! Se è interessante lo prendo anch’io! – e si è lanciato sul frigo come se essere arrivato secondo gli avesse procurato una ferita nell’orgoglio difficilmente sanabile.

Mi sono avviata alla cassa lentamente pensando che la gente ha bisogno di hobby, di yoga, di modellismo, di qualcosa che la aiuti a distogliere il proprio sguardo dal proprio cervello.

A due metri dalla cassa, manichelunghe mi ha superato da destra (che è contro il codice della strada!), ha posato la sua mercanzia sul nastro e mi ha guardata con quegli occhietti sbarrati come dire: – Credi di essere furba, eh?!

Non credo sia pericoloso, perché se fosse sarebbe ricoverato da qualche parte, però un filino inquietante lo è, onestamente, oltreché assolutamente incapace di giudicare il suo prossimo: se c’è una cosa che sono certa di non essere è FURBA, e sono talmente certa dei miei fatti che chiunque me lo legge in faccia e, mediamente, mi frega (notare che ho usato un termine soft anche se il termine corretto sarebbe quell’altro…).

Ora, i dessert sono orrendi, quasi immangiabili.

E se incontrassi di nuovo manichelunghe? e se pensasse che la mia è stata una manovra per fargli comprare questi dessert orrendi? se mi ritenesse personalmente responsabile perché credo di essere furba?

Signùr! Speriamo che nel frattempo si sia appassionato alla costruzione di un veliero in bottiglia 🙂

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Quando una donna si sveglia, le montagne si muovono Proverbio cinese
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14 risposte a Incontri ravvicinati del 3° tipo

  1. sguardiepercorsi ha detto:

    Sul fatto che se fosse pericoloso sarebbe rinchiuso da qualche parte, non ci contare… 😦

  2. mia_euridice ha detto:

    Ci sono persone che pensano di essere furbe e credono di individuare qualche forma di furbizia anche in qualcun altro. A questo punto si sentono in competizione e vogliono dimostrare a tutti i costi di essere più furbi di chi pensano sia furbo.

  3. vagoneidiota ha detto:

    Magica. Magica. Magica treccia.
    Ed io, immagino già il prossimo incontro.
    “Scusi” sottovoce si avvicina l’uomo con i capelli ben composti. Impomatati.
    Ha la voce bassissima, e sussurra come fosse una spia del mossad.
    “Hey” continua sibilando “hey, signora. Signora…”.
    Tu, attaccata al freezer delle verdure findus, salti sul posto. Poggi la schiena al vetro.
    “Che…chi…che c’è…”
    “Hey” sottovoce sibilando.  Con la mano a coprire la bocca. Di taglio.
    “Co..cosa..”
    “Le ha viste?” Si guarda attorno rapidamente, con quegli occhi piccoli e stranamente sbarrati. “Dico”, dice “Le ha viste?”
    Afferri con una mano la maniglia del frigo, come fosse un’arma utile ed efficace. La stringi.
    “Ecco… signore” gli guardi il mento che, lui, manichelunghe, muove a destra e sinistra.
    Abbassi inconsapevolmente la voce anche tu, rendendoti conto che é una minchiata ” chi avrei dovuto vedere? Eh?”
    Lui si avvicina con il viso. Il suo naso sfiora in tuo orecchio. Senti il suo respiro ansioso.
    “Loro!”
    “Eh?”
    “Loro” un sibilo stridulo che fa tenere la “o” più lunga. Sospesa. “Loro. Arancioni. Le carote.”
    “Cosa?” Ti rendi conto sta osservando il tuo carrello. Ha l’affanno e punta all’ortaggio che hai appena acquistato dal reparto.
    “Quelle… le carote. Si. Le ho…”
    “E le ha viste bene?” Il suo è un mormorio “le ha guardate?” Un soffio.
    “Sono carote, signore. Solo carote che…”
    “Lei non ha capito” dice. Ed improvvisamente, con uno scatto che manco un coniglio, tira su dal tuo carrello il sacchetto di quei cosi arancioni.
    Il ratto delle Sabine non fu così ben studiato.
    Stira sul volto un sorriso da shining, sbarrella gli occhi, porta il sacchetto all’altezza della fronte e digrigna i denti.
    “Le ca-ro-te” fruscia e bisbiglia con la voce biliosa. “Le ca-ro-te”.
    Ed inaspettatamente scappa.
    Corre come un forsennato voltandosi a guradarti ogni tanto.  Supera il corridoio dei pelati di Sorrento in promozione e si fionda alla cassa.
    Lo osservi tremante.
    Lui ti osserva. Da lontano.
    Paga con monetine da un centesimo.  Scatti rapidi della testa.
    Che a lui, lo seguono, di sicuro.
    Tu, con le dita strette sulla maniglia del surgelatore, arma impropria, hai la bocca spalancata. La treccia, sciolta e libera.
    Vorresti urlare qualcosa, del tipo “le mie carote” oppure “brutto furbo di puttana” o, che so “ma chi sei?”.
    Eppure, non riesci. Le parole muoiono in gola così come muore un fiore d’inverno.
    Poi, finalmente, senti una voce che ti ridesta.
    Dall’alto. Megafonata.
    “Avvisiamo i gentili clienti, che le carote bio in superpromozione (e che promozione) sono purtroppo terminate. Vi ricordiamo, però, che Le patate e le zucchine rimangono in offerta (e che offerta) sino a sera.”
    Ed allora i tuoi occhi cercano manichelunghe che è lì, ormai oltre la cassa. Con il sacchetto degli ortaggi, i tuoi ortaggi, nella mano.
    Sulla porta, si volta per un’ultima volta.
    É un contatto visivo chiaro, lapalissiano, cristallino.
    E, lì, comprendi. Finalmente.
    Lui stira, per l’ennesima volta, quel sorriso spiritato e fa si con la testa.  Poi, come se mai fosse esistito, si inabissa oltre gli infissi scorrevoli.

    Riprendi la treccia. Lasci la maniglia. Guardi il carrello con le tortine. Quel cazzo di tortine di patate.
    Annuisci e capisci che la vita nel castello, senza carote, senza quelle carote, non sarà mai più la stessa.

    Insania.
    Cross my mind – Jill scott

    • ogginientedinuovo ha detto:

      E’ come se tu lo avessi visto con i tuoi occhi!
      Sbarellato, fuori di zucca e libero di pascolare…
      Io torno nella torre anche senza carote (chissenefrega!) e non scendo più: se gli sbarellati sono liberi, rinchiudiamo quelli che non lo sono 🙂
      Tu sei dentro o sei fuori?

      P.S. Sei un grandissimo sceneggiatore! Grazie.

  4. Fabiana Schianchi ha detto:

    Una meraviglia doppia quest’oggi! Psycho di Alfred Hitchcoch a voi due non vi fa proprio un baffo! Apriletta e Vagoneidiota dovreste mettere seriamente in programma di avviare una compagnia teatrale! Siete unici nel vostri genere, vi posso offrire un caffè? Ed un abbraccio per entrambi?

  5. Ma Bohème ha detto:

    Ho sempre pensato che il supermarket sia un concentrato di umanità, un po’ come il condominio una metafora dei rapporti sociali e interpersonali, e che conferma me ne hai dato! Per non parlare della vera e propria sceneggiatura di Vagone …
    La prossima volta però lanciati su qualcosa che abbia almeno un gusto accettabile 😀 ti eviterebbe il timore di un incontro non proprio felice con questo individuo allucinante 😉 Ma vuoi mai vedere? Magari a lui questi dessert sono piaciuti, sarebbe in linea con il suo stile …
    Consolati con i tortini di patate 🙂
    Primula

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