D’antan

Faccio un ’48! è un po’ loffio ultimamente… vabbé la mente va e viene…

Ma una domenica pomeriggio, per distrarre la mia mamma, ho riaperto la cassapanca che sta a casa dei miei e che è sempre stata preposta alla conservazione della biancheria vecchia, ereditata dalle ave.

Non lo facevo da anni ed è stato bello: salviette, lenzuola, tela di vario genere…

Qualche lenzuolo di lino pesante, ricamato con cura e precisione, qualche salvietta di fiandra finissima con frange lunghissime e meravigliose, tutta biancheria che nessuno userà più perché la lavatrice la rovinerebbe.

Per noi conta più la comodità della bellezza, that’s it.

Tra le altre cose, sono riemersi dei vecchi mutandoni da donna, di cotone con greche ricamate: uno spettacolo, davvero un altro mondo! E anche delle vecchie sottovesti di cotone pesante, leggermente ricamate.

E queste però sono riutilizzabili! Come camicie da notte, direi. Di puro cotone, fresche e graziose:

old_stuffTornare ad apprezzare ciò che di bello avevamo, solo perché è bello magari 🙂

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Expo – No Expo

black-blocs

Expo – No Expo

Ognuno può pensarla come vuole, che l’Expo è una stronzata, che è la cosa migliore che sia capitata all’Italia, che è c’è la mafia, che che sono tutti sant’uomini.

Comunque la si pensi, lo si può dire, civilmente a parole e/o scendendo in piazza altrettando civilmente.

Questi sono delinquenti. E lo dico civilmente e pacatamente. Non hanno nulla da dire, hanno solo rabbia generica da sfogare.

E, francamente, a me della loro rabbia non me ne può fregare di meno. E lo dico civilmente.

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1° Maggio 2015

quarto_stato(Il Quarto Stato – Giuseppe Pellizza da Volpedo)

Sciur padrun da li béli braghi bianchi

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch’anduma a cà

A scüsa sciur padrun
sa l’èm fat tribülèr
i era li prèmi volti
i era li prèmi volti
a scüsa sciur padrun
sa l’èm fat tribülèr
i era li prèmi volti
ca ‘n saiévum cuma fèr

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch’anduma a cà

Prèma al rancaun
e po’ dopu a ‘l sciancàun
e adés ca l’èm tot via
e adés ca l’èm tot via
prèma al rancaun
e po’ dopu a ‘l sciancàun
e adés ca l’èm tot via
al salutém e po’ andèm via

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch’anduma a cà

Al nostar sciur padrun
l’è bon come ‘l bon pan
da stér insëma a l’érsën
da stér insëma a l’érsën
al noster sciur padrun
l’è bon com’è ‘l bon pan
da stér insëma a l’érsën
al dis – Fé andèr cal man –

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch’anduma a cà

E non va più a mesi
e nemmeno a settimane
la va a pochi giorni
la va a pochi giorni
e non va più a mesi
e nemmeno a settimane
la va a pochi giorni
e poi dopo andiamo a cà

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch’anduma a cà

E non va più a mesi
e nemmeno a settimane
la va a poche ore
la va a poche ore
e non va più a mesi
e nemmeno a settimane
la va a poche ore
e poi dopo andiamo a cà

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch’anduma a cà

Incö l’è l’ultim giürën
e adman l’è la partenza
farem la riverenza
farem la riverenza
incö l’è l’ultim giürën
e adman l’è la partenza
farem la riverenza
al noster sciur padrun

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch’anduma a cà

E quando al treno a scëffla
i mundèin a la stassion
con la cassiétta in spala
con la cassiétta in spala
e quando al treno a scëffla
i mundèin a la stassion
con la cassiétta in spala
su e giù per i vagon

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch’anduma a cà

Quando saremo a casa
dai nostri fidanzati
ci daremo tanti baci
ci daremo tanti baci
quando saremo a casa
dai nostri fidanzati
ci daremo tanti baci
tanti baci in quantità

Sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi fora li palanchi
sciur padrun da li béli braghi bianchi
fora li palanchi ch’anduma a cà

Buon 1° Maggio 🙂

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Gener-e, Gener-alizzare

Rideva al telefono mentre mi chiedeva: – Vieni a ubriacarti con me domani?

Ierioggiedomani e io ci sentiamo non regolarmente, non spesso, sprattutto quando c’è bisogno. Genericamente quando c’è bisogno, da parte di una delle due, di dire o di ascoltare. O di dimenticare.

Non tanto per ricordare, ché quella eventualmente è un’attività individuale.

La mattina dopo, mi è venuto un attacco di cervicale molto fastidioso, con la testa che girava e la nausea, quella che sembra non finire mai, che si è andato a innestare su una faringite in cura con svariati medicinali: birra e tacos non sembravano una soluzione convincente, ma l’appello alla birra è quasi laicamente sacro!

Piccola chiara per me, media rossa per lei.

E così, si è srotolata la serata lieve che ci appartiene più di ogni altra cosa; il tempo sospeso di noi fuori da tempo e spazio; i detti e i non detti, che sempre si accomodano tra noi sedute una di fronte all’altra, sempre nella stessa birreria.

Liberatoria poi ha preso forma una teoria di genere, insulto purissimo all’intelligenza media, che non riporterò – proprio per preservare qui un minimo di dignità intellettiva, qualora ne avessi ancora una dopo anni di farneticazioni 😀

Una teoria generalizzata al massimo, tagliata con l’accetta, a cui peraltro abbiamo dato supporto con evidenze scelte ad hoc, ovviamente, a cui abbiamo trovato un paio di eccezioni, giusto per parere obiettive e che abbiamo suggellato con grosse e forti risate.

In birra veritas!

Ché, sì, è una teoria bislacca, totalmente partigiana e poggiante sulle sabbie mobili, ma un fondo di verità ce l’ha e da quel fondo sprigiona una luce debole di epifania, che rimette nella giusta prospettiva fatti e persone del passato remoto.

Ma se il passato viene giustamente compreso e metabolizzato, altro non è che insegnamento per il presente e il futuro.

Si tratta solo di tenere ben presente che la generizzazione spinta non può essere vera, solo verosimile.

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Una, due, metà, doppio…

L’amica geniale
Storia del nuovo cognome
Storia di chi fugge e di chi resta
Storia della bambina perduta
di Elena Ferrante, edizioni E/O

nei quattro titoli della quadrilogia sta il riassunto di una vita, di due vite… no di una vita unica, ma doppia, due vite in una – una vita in due.

Chi è l’amica geniale, l’una o l’altra? Di chi è il nuovo cognome, simbolo di cambiamento, di riscatto, di lavoro per emergere dal nulla, dell’una o dell’altra? Chi fugge e chi resta, ché non è così semplice, l’una o l’altra? Chi è la bambina perduta, l’una o l’altra? Oppure di chi è la bambina perduta, dell’una o dell’altra?

E’ una storia italiana, napoletana, personale, è una storia di formazione, è una storia di amicizia, è una storia corale.

E’ un punto di vista, è uno sguardo lungo, è affetto , è resoconto.

E’ una storia che ho amato, che ho letto tutta di seguito, perché non avrei potuto spezzarla con altre storie; ci ho visto me nelle pagine, in Lenù e in Lila, non uguale perché la loro storia è una sorta di archetipo, estrema, esemplare.

Ma ci ho visto me. E, a tratti, è stato difficile e faticoso. Perché nello spazio di poco più di 1600 pagine, l’autrice ha compresso la complessità dell’animo umano, femminile, sociale, il suo vagare da una certezza a un dubbio, le sue paure di mettersi in gioco e la necessità di farlo per trovare compiutezza, il fluire della vita nei suoi opposti, le gioie i dolori le sicurezze le debolezze.

Senza un giudizio, senza una preferenza. Perché Lenù e Lila sono la stessa cosa.

Ma se volete prove certe che sarà bello leggere quest’opera, leggete qui, qui, qui e qui 🙂

A margine, mi sono goduta anche l’estremo anonimato dell’autrice. Mi sono sentita a casa, ricreando una sorta di interesse assoluto per le parole e le storie e le immagini, lo stesso che mi danno il web e i blog “anonimi” che leggo regolarmente: la libertà di vedere solo l’essenza, senza volti e senza strutture e senza nomi.

Lo stesso piacere, se volete, di me, anonima tra anonimi.

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Cose vecchie, cose nuove

E’ vecchia come il mondo l’usanza di tenere le aromatiche sul balcone. Anche a me piace farlo.

Ogni anno è una vecchia novità dei primi tempi di primavera: andare a scegliere qualche piantina, tirar fuori i vasi dell’anno prima e riempirli di terra, metterle a dimora per la bella stagione.

aromaticheQuest’anno ho trovato giovinette bio, belle come il sole 🙂

E per questa bellezza ho usato solo vasi di coccio, perché la plastica mi dà fastidio: non c’entra nulla con questo angolo di natura… devo solo comprare due sottovasi di coccio.

Ho messo i guanti da giardiniere, ho sparso terra ben bene dappertutto.

Più avanti, quando il caldo sarà stabile, arriveranno i vasi grandi di basilico per fare il pesto!

Piccoli piaceri, di anno in anno, che scandiscono le stagioni!

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Ci sto stretta

Mi stringe. L’anello mi stringe il dito. La collanina mi stringe il collo. Mi infastidiscono. I pantaloni mi fasciano, li sento, mi muovo come a volermi sfilare dalla stretta.

Mi stringe la sciarpina, mi stringono le scarpe, mi stringe la cintura, mi infastidice tutto.

Mi stringe la casa, devo aprire le finestre.

Mi stringe il cielo blu, è diventato piccolo, gli alberi verdi che si muovono assecondando il vento leggero mi stringono.

I palazzi anonimi, senza bellezza, i negozi carichi di roba, senza vita, mi stringe tutto. La città mi stringe, mi fa girare la testa, mi ruba l’aria.

Mi stringe la vita che s’è fatta piccola.

Non mi va più bene niente. E’ tutto stretto, è tutto piccolo, soffoca.

La libertà va difesa. La libertà non stringe.

Bisogna ricordare che cos’è la libertà, cercarla, scovarla, ghermirla, tirarla a sé, volerla.

Non smettere di accorgersi che manca l’aria, non abituarsi a soffocare nel piccolo.

Tolgo l’anello, tolgo la collanina, tolgo la sciarpina, i pantaloni, le scarpe, la cintura.

Aria. Orizzonte. Il cielo e gli alberi devono tornare a non stringere.

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