Tempo grande e tempo piccolo

C’è un tempo grande, gli anni dell’Università o gli anni della malattia di mia madre per esempio; e c’è un tempo piccolo, ogni minuto di ogni ora di ogni giorno del tempo grande.

Tutta la mia percezione dello scorrere della vita si divide tra tempo grande e tempo piccolo.

E se il tempo grande ha un suo significato, ben leggibile e spazialmente preciso, il tempo piccolo è insignificante.

E questo è l’errore fondamentale che ho sempre commesso: non vivere il tempo piccolo. Passarci attraverso con noia, in modo seccato, in balìa della paura eventualmente; guardarlo scivolare via e aspettare che sia passato, per inserirlo nel tempo grande e trovargli un senso.

La sfida di questi anni è vivere il tempo piccolo, ogni minuto, ogni ora, ogni giorno senza doverlo incorniciare nel tempo grande perché esista.

Io non amo le sfide. Perdo sempre sfidando me stessa.

Ma. Credo sia necessario ricomporre il tempo.

 

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Il tempo è un susseguirsi di punti

Non ho rimpianti, non ho rimorsi.

Ne ho avuti, dei primi e dei secondi: ho dato la colpa ad altri per scelte che ho creduto sbagliate, e mi sono assunta la responsabilità di decisioni che ho creduto inevitabili, ma non volute.

Ora no.

Non c’è stata colpa né responsabilità. Un clic e ho considerato scelte e decisioni come un’ovvietà che si è verificata naturalmente in ogni punto della mia linea temporale, senza neppure dover passare in rassegna tutto il mio vissuto.

Perché ognuno è quello che è nel tempo in cui è, semplicemente.

Nel Maggio ’68 avevo otto mesi: potevo forse occupare una scuola?! Neanche l’asilo nido ho potuto occupare, non esisteva dove vivevo io!

Clic. Ho letto una frase che diceva, più o meno: quando hai fatto la scelta che hai fatto o hai preso la decisione che hai preso, andava bene così per quelle circostanze e per quel tempo; la persona che adesso le giudica sbagliate non è più la stessa persona di quei momenti.

Ecco. Clic.

E va bene anche “del senno di poi son piene le fosse” perché alla fine ciò che conta è quello che sei nel tempo in cui sei. E le due cose non possono essere considerate separatamente. Avevo otto mesi nel maggio del ’68. Insieme, questi due fatti.

Quello che si costruisce è la somma di infiniti punti temporali ognuno dei quali è stato reale e ha avuto un corpo specifico e unico – che non si ripeterà. In ogni punto, ciò che era, doveva essere così.

Ciò che sono ora non può essere la somma di rimpianti e rimorsi perché sarebbe il vissuto di una vita parallela, non la mia. La mia vita è quello che si è andata costruendo, e le scelte e le decisioni sono non sono state né giuste né sbagliate a priori. Sono state, semplicemente.

 

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Pensieri e parole

Parole Ostili

Ecco.

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Analisi spericolata

La mia testa è continuamente affaccendata in un’attività spesso inutile, a volte dannosa e solo di rado positiva: l’analisi. Non c’è un motivo, solo una struttura fisica.

Funziono così: osservo, ascolto, raccolgo dati e informazioni, elaboro e metto in connessione tutto quello che mi succede intorno. Non è un processo cosciente o voluto.

È solo stancante.

È sempre stato difficile convivere con questo involontario, ininterrotto e disturbante flusso di pensieri; le persone che mi stanno intorno non sempre hanno avuto e hanno la pazienza di accettarlo.

Di come funziona il cervello umano e di come funziona ogni individuo, noi persone comuni, non addette ai lavori, sappiamo pochissimo, quasi nulla. Di tanti comportamenti non siamo in grado di vedere il perché.

Va bene così, mi dice il buon senso: la vita sarebbe un inferno se potessimo comprendere tutti i perché di ogni persona con cui interagiamo; ma la mia tendenza all’analisi estrema mi dice invece che no, non va bene, che dovremmo poter capire e poter sapere.

Secondo il MBTI (Myers-Briggs Type Indicator) io appartengo al tipo psicologico ISTJ (Introversion, Sensing, Thinking, Judgement).

Alcuni miei atteggiamenti sono stati di difficile interpretazione per me stessa e di difficile accettazione per gli altri.

Appaio legnosa, fredda, stramba, dura. La realtà è leggermente più sfumata: cerco basi reali, stabilite, sistematiche; uso la logica in maniera stringente; osservo i fatti in modo imprevedibile, sghembo; analizzo ogni.cazzo.di.virgola.

Più volte mi sono sentita dire: “Tu giudichi!”

È vero. Ma non nel senso del magistrato che condanna. Non giudico il valore di una persona, lo noto – ne prendo atto – lo appuro, attraverso dettagli che non dimenticherò, mai.

Capisco che sia difficile accettarmi. Sarebbe necessario conoscere questi aspetti di me.

L’analisi incessante non è malevola o maligna, ma una mera constatazione di ciò che mi circonda.

Nella vita di tutti i giorni, questa mia caratteristica mi mette spesso in difficoltà; tutto ciò è da tenere a bada, perché quando esprimo ad alta voce un parere o do una risposta, quando commento un fatto, la mia voce e le mie parole possono risultare taglienti.

Persino la mia comunicazione non verbale risulta tagliente. Ma non sto giudicando come il magistrato sullo scranno.

Ascolto un’amica e, mentre parla, la mia testa analizza ed elabora, e non è voluto; quando è il mio turno di parlare, ormai, l’analisi spericolata è quasi alla fine e nella mia voce si sente.

Aver capito qual è la mia struttura mentale mi ha aiutata a trattenere il registro e il tono, perché adesso sono consapevole.

Quasi sempre.

 

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Scienze Umane

Anche per Il Cantastorie è finita la scuola! Oggi è l’ultimo giorno.

È stato un anno importante perché lo scorso settembre ha iniziato le superiori. Non mi sembra vero, ma lo è…

Ha scelto il Liceo delle Scienze Umane e credo abbia scelto per il meglio.

Il Cantastorie è un poeta, un sognatore, un osservatore; è empatico e non molto… mainstream.

Non gli piace la matematica, ha difficoltà a usare quel tipo di logica.

Gli piacciono le parole, l’ordine della grammatica, gli animali, i fumetti, l’Universo, i Miti, l’epica, la Storia e la Geografia.

Si è innamorato della materia Scienze Umane (Psicologia, Pedagogia, Sociologia, Antropologia) solo a leggerne la descrizione.

Da settembre a oggi, è cresciuto, tanto, glielo si legge negli occhi: ha imparato ad affrontare difficoltà oggettive e soggettive, ha tenuto ben saldo il timone dovendo aprirsi a una classe nuova, vincendo i suoi timori, ha capito che non essere mainstream, se non è facile, può essere almeno accettabile, e ha toccato con mano la possibilità che esistano tante persone non omologate.

Si è impegnato con serietà, è maturato.

Possiamo chiudere i libri, con serenità, essendo consapevoli di aver avuto un anno molto bello e intenso, ricco di esperienze umane coinvolgenti, che ci ha portato persone nuove, interessanti e meravigliosamente aperte.

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Un orrendo incubo

Da un po’ ho una questione aperta con l’informazione: leggo i titoli dei quotidiani online, per sapere che cosa succcede, ma raramente li apro.

Poi, vagabondando nella rete, leggo articoli o approfondimenti di altro genere.

Questo per dire che, a volte all’improvviso, mi trovo di fronte a fenomeni che, se avessi aperto gli articoli sui quotidiani, non mi risulterebbero così alieni…

“Incel”.

Mi sono trovata a leggere, incredula, di questo… pensiero (?! – non so come definirlo) e mi sono sentita mancare la terra sotto i piedi.

Se avessi letto almeno alcuni articoli di cronaca a suo tempo sarei stata iniziata al fenomeno con maggior gradualità. Invece mi sono ritrovata catapultata in un orrendo incubo senza preavviso.

La cosa migliore è leggerne da chi sa scriverne:

chi sono gli incel

misogini violenti

male supremacy

E poi ognuno rifletta nella sua intimità se questo è un mondo che sta andando nella direzione giusta, se forse come società umana in generale abbiamo sbagliato qualcosa, se non è giunto il momento – perché forse ora o mai più – di Pensare seriamente e di dare priorità a Istruzione ed Educazione.

In un modo o nell’altro, troppi uomini nel mondo sono convinti che le donne siano merda – e scusate il francesismo – e se questo “signore” venisse eletto al Congresso, avrebbero pure, tutti gli uomini che sono convinti che le donne siano merda, una sorta di rappresentante legale.

Vi pare?!

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E siamo a quattro

La Filosofa ha appena concluso il quarto anno di Liceo Classico. Rimangono da portare a termine un paio di corollari, gli esami IGCSE di History (2 papers) e l’alternanza scuola lavoro (60 ore) in azienda, poi la Scuola va in vacanza. Comunque libri, voti e pagella sono stati archiviati.

La cosa più sconvolgente è che la ragazza è quasi alla fine del Liceo. In un soffio, da bambina a giovane donna.

L’anno prossimo avrà la maturità e poi inizierà un nuovo percorso, è possibile, lontana da qui.

La Filosofa è cresciuta, pur rimanendo la bambina che è sempre stata, è andata avanti diventando ancor di più se stessa.

Gli anni delle superiori sono anni di grandi cambiamenti, di grandi scoperte, di rivolgimenti anche fisici. Non sono anni facili; non sempre sono spensierati.

In questi anni la scuola ha avuto un ruolo centrale, ovviamente. Lì ha trovato belle amicizie, ha capito che non basta fare le cose per bene perché tutto fili liscio, ha imparato a gestire le situazioni più disparate che riguardano le persone più diverse, ha realizzato che i bei voti non sono tutto, neanche in età scolare.

Ha iniziato a comprendere la differenza tra istruzione ed educazione.

Ha saputo digerire delusioni cocenti e gioire di belle soddisfazioni.

Ha cominciato a distinguere, nella stessa persona, umanità e professionalità, intuendo che un professore è una persona. È un successo, direi.

La scuola che ha scelto le è piaciuta: il Liceo Classico va bene per lei, per come ragiona, per come organizza la sua mente. Non si è pentita della scelta fatta a tredici anni e credo che questo sia molto importante, perché le dà la percezione di conoscersi abbastanza bene e di  essere in grado di fare scelte corrette per la propria vita.

Piano piano si sente in grado di potersi fidare di se stessa.

 

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