Una strada difficile

Non so davvero dove ci condurrà la strada che stiamo percorrendo, ma sento che sarà un luogo difficile da vivere.

Le parole che ascolto sono sempre più spesso, parole ciniche e povere, a volte abiette, a volte vuote perché copiate acriticamente. Sono spesso proiettili sparati a casacccio, pericolosi e inutili.

Raccontano dell’incapacità di discernere, di capire, di guardare, persa nella paura ottusa additata da qualcun altro.

La fatica di mostrare quanto le idee dietro a quelle parole non abbiano relazione con la realtà sta diventando grande.

Ascolto una donna, nata e vissuta in URSS, scagliarsi con aggressività contro i nuovi ultimi e mi vergogno.

E poi cerco di capire come facciamo a ribaltare la logica senza battere ciglio, affidandoci alla Madonna e, contemporaneamente, schiacciando sotto lo stivale il volto di un’altra persona.

Ma non capisco, continuo a non capire: vergogna e fatica.

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Mind(mente)ful(pieno)

Age quod agis. Stare in quello che si fa.

Perché devo seguire un corso, pagare, farmelo insegnare (di nuovo o da zero, non so…)?

Non divagare, non distrarsi, concentrarsi, trarre piacere dal momento che si sta vivendo, non essere multitasking: in teoria lo so, in pratica ho bisogno che qualcuno mi guidi a farlo…

A mente piena: quante volte sono a mente piena in quello che faccio? Poche, ad essere sincera.

Il perché non lo so. O meglio, non ne sono certa. Sospetto che una grande parte in questa mancanza l’abbia l’ansia.

L’ansia che deriva dalla responsabilità e dall’incertezza del futuro.

 

 

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La gatta

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Quando sente che qualcuno varca la soglia della cucina, si presenta per vedere se mai ci fosse qualcosa per lei…

E noi che siamo pappemolli le facciamo assaggiare questo e quello.

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E lei ci prende gusto e bivacca in cucina tenace e fiduciosa.

 

 

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Sciocchezze!

Su La Lettura del 12 maggio scorso, mi ha molto divertita l’articolo Flapdoodle dello scrittore di Belfast, Robert McLiam Wilson che parla della sua lingua e di Brexit.

Sono laureata in Lingua e Letteratura Inglese, amo l’inglese come mezzo e come fine, così come amo le lingue, direi… tutte in generale. Amo i loro suoni, pazzeschi a volte e testimoni di che cosa il corpo umano possa fare, amo le loro storie, come si intrecciano le une con le altre, le loro contaminazioni, le loro storie.

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Una lingua informe e troppo vaga che spiegherebbe la scelta del disastro Brexit…

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E quando sai 800 parole e ti comporti male, ecco hai raggiunto il tuo obiettivo di studente!

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Disordinata mancanza di struttura… perché noi italiani, studiando l’inglese cerchiamo disperatamente la regola, ma un britannico “regola” e “grammatica” non le mette nella stessa frase con “lingua”…

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Always dovrebbe significare ovunque, ecco!

E parla di Brexit criticamente, ma con umorismo, parla delle bugie e delle sciocchezze che hanno portato i britannici sull’orlo del disastro, britannici che “ora si stanno tirando le coperte sulla testa, facendo finta di dormire e sperando che tutto passi”.

Parla dei soldi che se ne sono andati in fumo in questi quasi tre anni di flapdoodle, del niente, del nulla che nessuno sa sul cosa fare, come farlo e perché, compresi gli alti papaveri.

E quindi, insomma, io amo l’inglese, ma cerchiamo di flapdoodolare meno e stiamo in bolla, perché l’articolo si apre con alcune parole dell’editore che dice “(…) il viaggio termina nella nazione che, per prima, ha deciso di lasciare la UE.” e quel “per prima” non mi piace, per niente. L’editore non avrebbe dovuto scriverlo.

Brexit deve rimanere un caso isolato.

 

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Farsi cullare dalle passioni

Ricordate le improvvise e insane passioni estemporanee?

Ho letto In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, anzi mi ci sono immersa. Perché altrimenti che passione è?!

È una storia molto poetica, molto unica, molto personale e al tempo stesso di grande respiro, è la storia di chi non c’è più e di chi c’è ancora, del tempo che va avanti e indietro e che in fondo non si muove.

È un flusso di coscienza, ma ordinato, assurdamente quasi consapevole.

È una storia molto poetica per chi sta intorno ai cinquant’anni e guarda indietro e guarda avanti come se fosse sul crinale della collina, rendendosi conto di quanto “tutto si tenga” con quel filo rosso, anzi giallo, che spunta ostinato.

Se siete sul crinale della collina, se amate la poesia della vita, se volete immergervi invece di leggere.

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Treni

treni

Ho iniziato a prendere treni a 19 anni, quando ho iniziato l’università. Fin da subito li ho amati, così com’erano, sporchi e in ritardo, sovraffollati e puzzolenti.

I rumori della stazione e dei treni che partono arrivano e sfrecciano senza fermarsi, gli odori dei binari del ferro, il lavoro sulle rotaie lungo le linee. Tutto mi piace.

E mi piace il fischio del capotreno che annuncia la chiusura delle porte e la partenza, mi piace il mondo veloce fuori dal finestrino, quella sorta di promiscuità di estranei compressi in un metro quadrato a sentirsi osservarsi e parlarsi.

Mi piace andare lentamente da un posto all’altro, arrivare ed essere già nel centro della città.

Ma senza alta velocità, che percarità è tanto comoda, solo treni che viaggiano a quella velocità umana cui gli occhi sul paesaggio riescono a tener dietro, quelli i cui rumori cullano quando ci si siede e si apre un libro o si appoggia la testa e si pensa, si sogna.

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Non essendoci più freni inibitori…

Per riflettere

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Domande

Durante il corso di Mindfulness è stata fatta una domanda: – “Che cosa cerchi?” e una donna ha risposto: – “L’amore per me stessa”, scoppiando a piangere.

Quelle lacrime così inevitabili erano le sue, ma anche le lacrime di tutti i presenti: spesso chi cerca, cerca proprio l’amore per sé stesso, prima di ogni altra cosa.

Già intuire di dover cercare, capire di mancare di qualcosa, indagare il buco che ci popola risveglia la tenerezza e, in qualche modo, la strada per l’amore per sé si illumina di una luce fioca.

Amare sé stessi a quanto pare è cosa difficile e non diffusissima: non dico quelle manifestazioni di sicurezza di sé, di autostima, di proposta al mondo di forza personale, di elargizione di sapienza, ma amarsi con tenerezza e disinteresse, amarsi accettandosi, riconoscendo umilmente il proprio valore senza boria, guardando con benevolenza ai propri limiti e con affetto alle proprie qualità.

Amare sé stessi come si ama un bambino, senza aspettarsi niente da lui se non – forse – di essere riamati.

E forse questo amore non si impara, ma si trova, si scopre attraversando il tempo, le domande e gli incontri.

 

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A volte

A volte ho in testa un’idea composta non da concetti e parole, ma da immagini e sensazioni; là dove sta è nitida e ben definita.

Quando cerco di realizzarla, però, non riesco a tradurla, non riesco a trasmetterla alle mani perché si attualizzi.

E allora provo, giro, sbaglio, affino.

E poi spesso mi arrendo e mi godo l’idea che so non si tradurrà mai in un oggetto.

Che cosa vuol dire essere sghemba.

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Il grande inganno

A volte le immagini e le parole non coincidono. A volte le fotografie raccontano una storia diversa da quella che raccontano le parole.

O forse raccontano una parte della storia che deve essere completata dalle parole.

Così guardo le immagini della casa di questa donna, una casa rasserenante, che ha mobili fatti a mano da una persona cara, che ha oggetti di significato, che ha piante e fiori, che ha specchi e libri: mi comunicano pace, serenità, una vita risolta e piena, sorrisi e gioie, amore e affetto; poi leggo le parole che le accompagnano, parole vere che parlano di fatica (anche), di paure (anche), di garbuglio (anche), di ricerca (anche), di problemi passati (anche): mi comunicano tensione, tristezza, pesantezza e a volte sofferenza.

E allora, ancora e ancora, capisco che le cose non sono mai bianche o nere, ma un fluire continuo di diverse sfumature di grigio, e che forse al bianco e al nero non ci si arriva mai, e che la bellezza può convivere con il suo contrario.

Capisco che mantenere e accudire la bellezza è un grande antidoto alla disperazione, che vederla e circondarsene è la pratica più semplice per vivere i grigi, che si può essere belli e brutti allo stesso tempo.

E capisco che le remore che mi sono state insegnate fin da piccola rispetto alla bellezza e alla felicità non sono vere: è stato un grande inganno pensare che bellezza e felicità fossero troppo sfrontate. Non lo sono. Sono vita vera.

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