Sei sicuro, amico mio?

Due vecchi amici parlano di me; uno dice che avrei potuto fare qualsiasi cosa, sottintendendo la delusione per la mia mancata realizzazione.

Questa è la percezione che ha la società delle casalinghe.

La mancata realizzazione di un potenziale o la mancanza di potenziale tout court.

Pensare quello che ha detto questo vecchio amico, significa guardare alla mia vita come a un grande insuccesso.

La società di fatto non assegna un ruolo o uno status alle casalinghe, perché non produciamo né manufatti, né servizi, né denaro; non siamo utili alla collettività. È un fatto.

Questa improduttività ci fa stare ai margini.

Le nostre attività non sono socialmente misurabili, né in termini di remunerazione né in termini di potere né in termini di influenza. È così, ed è ovvio.

Che questo amico trasli la non misurabilità e l’improduttività materiale direttamente in un insuccesso, mi disturba.

Mi disturba perché giudicare se una vita è riuscita e compiuta solo in base al denaro guadagnato e al potere esercitato è riduttivo.

Come è riduttivo considerare una vita non riuscita e incompiuta perché non la si può guardare partecipare al funzionamento della società: ma i modi di partecipazione possono essere tanti e diversi, alcuni più visibili e più chiassosi, altri invisibili e silenziosi. Non esiste solo quello che si vede.

Questo amico è la società che non ci assegna né ruolo né status, perché non siamo né misurabili né materialmente produttive: questo è il posto dove sto.

Il mancato riconoscimento sociale, di cui capisco i meccanismi, mi lascia vuota e sconfortata.

“Avrebbe potuto fare qualsiasi cosa”: sei sicuro, amico mio, che io non abbia fatto quello che ho voluto? Sei sicuro, amico mio, che io sarei stata più felice in altri panni? Sei sicuro, amico mio, che le qualità di una persona vengano fuori meglio nella vita pubblica? Sei sicuro, amico mio, che se una persona non ha un lato pubblico non esiste? Sei sicuro, amico mio, che il successo abbia lo stesso significato per tutti?

 

 

 

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Gemma

Oggi vorrei chiamarmi Gemma e credere nel mio nome.

Oggi brillerei, sarei pregiata, illuminerei ogni cosa con un sorriso.

Se fossi Gemma, oggi, camminerei a testa alta, a passi lunghi e sicuri, guardando intorno con uno sguardo al tempo stesso caldo e deciso, accogliente e altero.

Se fossi Gemma, oggi, sarei bellissima.

Perché avrei il destino delle cose preziose, eterne dispensatrici di bellezza e avrei il dono delle cose illuminate, noncuranti portatrici di gioia.

 

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Schiavitù di tutti i generi

Massimo Recalcati:  “(…) Dove c’è il vuoto di cultura, non c’è apertura di mondi. E questo vuoto si riempie con la droga, con la schiavitù degli oggetti, i vestiti, il cellulare. Il vuoto di cultura genera nuove forme di schiavitù”.

Liberiamoci della schiavitù dell’ignoranza, dice il titolo di quest’articolo.

L’ignoranza è semplice, è facile, è immediata, ma ci distrugge.

Gli oggetti, da soli, non sono il rimedio, non sono la via. I soldi nemmeno.

Non sforzarci a ragionare è rassicurante, lasciare che siano gli altri a pensare e a decidere per noi è facile, usare categorie preconcette e pregiudizi è liberatorio.

Ma. È pericoloso.

Ogni forma di resa, anche quella che sembra ci faciliti la vita, è alla fine dei conti schiavitù, mancanza di libertà.

Non ci rendiamo conto, spesso, di essere schiavi e soprattutto non ci rendiamo conto di essere schiavi dell’ignoranza…

Non voglio arrendermi, però, e se qualcuno lancia l’allarme voglio ascoltarlo.

Cultura è libertà.

Da più di trent’anni siamo in discesa, appare facile e quindi ci abbandoniamo; siamo scesi talmente tanto che fatichiamo a vedere da dove siamo partiti.

Per questo, se qualcuno lancia l’allarme voglio ascoltarlo.

Dobbiamo ricostruire coscienze frantumate e capacità perdute, dobbiamo re-imparare a essere critici e non cattivi, dobbiamo tornare a fare cultura ogni giorno, dobbiamo re-imparare a ridimensionare gli idoli di questi tempi. Dobbiamo tornare a fare scuola sul serio.

 

Il 41,1% degli italiani tra i 15 e i 64 anni ha solo la licenza media e ha basse competenze in lettura e matematica. Sono per lo più al Sud o nelle periferie. Non aver contrastato questo dato è la strage italiana. Non ditemi che “parlo di scuola”. Parlo di Democrazia.

@MilaSpicola
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La polemica della settimana, per un mondo più semplice

La Filosofa prende la patente. Un minuto di silenzio per piangere……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….. ok, fatto.

L’autoscuola chiede vari documenti, tra cui un certificato rilasciato dal loro medico che costa 30euro + 16euro di marca da bollo: e già qui la pressione mi si alza, capirete, una marca da bollo per? che cosa? trentaeuro, dico, trentaeuro il certificato!

Un altro documento richiesto è il certificato anamnestico rilasciato dal medico di famiglia. E qui, chevvelodicoaffare, mi parte proprio un embolo: 60euro! Dal medico dell’ASL. Come da tariffario regionale.

Senza vergogna.

Praticamente il medico accede al computer, stampa uno specimen, aggiunge a penna nome, cognome e codice fiscale, barra delle voci SI/NO (nel nostro caso il medico ha guardato mia figlia e non le ha provato neanche la pressione, così pro forma) timbra e firma.

Sessantacazzidieuro.

ASL! Queste cose proprio no. ASL! Ti rendi conto, vero ASL, che è un ladrocino, una truffa, una enorme presa per il culo? Vero che ti rendi conto?

Per un mondo migliore, la sanità pubblica deve essere finanziata dalle tasse, va gestita in modo che non sia una mangiatoia, che funzioni per tutti, e che sia gratuita in tutto o in larga parte.

Perché sessantacazzidieuro per 3 minuti del tempo di un medico dell’ASL, che abbiamo già largamente pagato con le tasse, sinceramente, sono uno SCANDALO.

Ecco, in questo caso, lo so, è polemica sterile… Però.

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Muro e muri

Venerdì scorso è stato il 29° anniversario della caduta del muro di Berlino. Me lo ricordo quando è caduto, mi ricordo le immagini in TV, la gioia ovunque, la sensazione di una nuova vita tutt’intorno. Un simbolo, oltreché una barriera di morte.

In salotto ne ho dei pezzi in una teca: li ha picconati Tuttobene nel dicembre di quell’anno, perché mio marito è uno che ci ha sempre creduto.

E il mondo ci ha creduto, ogni singolo individuo, i Paesi tutti, la musica ci ha creduto.

The future’s in the air
I can feel it everywhere
blowing with the wind of change.

Oggi invece a nemmeno trent’anni di distanza siamo pieni di muri, abbiamo smesso di crederci:

Arabia Saudita–Yemen
Anno di costruzione: 2013
Lunghezza: 1.800 chilometri
Motivo: impedire presunte infiltrazioni terroristiche

Ceuta e Melilla–Marocco
Anno di costruzione: 1990
Lunghezza: 8,2 chilometri e 12 chilometri
Motivo: bloccare l’immigrazione irregolare dal Marocco nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla

Cipro zona greca–zona turca, linea verde
Anno di costruzione: 1974
Lunghezza: 300 chilometri
Motivo: il muro corrisponde alla linea del cessate il fuoco voluto dall’Onu in seguito al conflitto che divise l’isola

Bulgaria-Turchia
Anno di costruzione: 2014
Lunghezza: 30 chilometri
Motivo: arginare i flussi migratori provenienti da est

Iran–Pakistan
Anno di costruzione: 2007
Lunghezza: 700 chilometri
Motivo: proteggere il confine dalle infiltrazioni dei trafficanti di droga e dei gruppi armati sunniti

Israele–Egitto
Anno di costruzione: 2010
Lunghezza: 230 chilometri
Motivo: contrastare terrorismo e immigrazione irregolare

Zimbabwe–Botswuana
Anno di costruzione: 2003
Lunghezza: 482 chilometri
Motivo: la motivazione ufficiale è contenere i contagi tra il bestiame ed evitare lo sconfinamento delle mandrie, ma in realtà la motivazione sembrerebbe essere quella di impedire l’arrivo di migranti irregolari

Corea del Nord–Corea del Sud
Anno di costruzione: 1953
Lunghezza: 4 chilometri
Motivo: la divisione delle due Coree in seguito alla guerra del 1953

Marocco–Sahara occidentale, Berm
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 2720 chilometri
Motivo: difendere il territorio marocchino dal movimento indipendentista Fronte Polisario

Irlanda, Belfast cattolica–Belfast protestante, peace lines
Anno di costruzione: 1969
Lunghezza: 13 chilometri
Motivo: separare i cattolici e i protestanti dell’Irlanda del Nord

Stati Uniti–Messico, muro di Tijuana
Anno di costruzione: 1994
Lunghezza: 1.000 chilometri
Motivo: impedire l’arrivo negli Stati Uniti dei migranti irregolari messicani e bloccare il traffico di droga

Israele–Palestina
Anno di costruzione: 2002
Lunghezza: 730 chilometri
Motivo: impedire l’entrata in Israele dei palestinesi, prevenire attacchi terroristici

India–Pakistan, line of control
Lunghezza: 550 chilometri
Motivo: dividere la regione del Kashmir in due zone, quella sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pachistano

India–Bangladesh
Anno di costruzione: 1989
Lunghezza: 4.053 chilometri
Motivo: fermare il flusso di immigrati provenienti dal Bangladesh, bloccare traffici illegali e bloccare infiltrazioni terroristiche

Pakistan–Afghanistan, Durand Line
Lunghezza: 2.460
Motivo: chiudere i contenziosi territoriali tra i due stati che risalgono all’epoca coloniale

Kuwait–Iraq
Anno di costruzione: 1991
Lunghezza: 190 chilometri
Motivo: arginare un’eventuale nuova invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, dopo la guerra del golfo

E ce n’è uno in costruzione tra Ungheria e Serbia.

[fonte “Internazionale”]

Mi manca l’idea che si possa abbattere un muro a picconate, che si possa essere felici annusando nell’aria la vita nuova del miglioramento. Mi manca moltissimo. Cantare a squarciagola the future’s in the air / can feel it everywhere!

 

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Come è evidente

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Come è evidente.

 

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Sala d’aspetto

Ventiquattro persone che aspettano di sottoporsi alle visite prericovero, più i loro accompagnatori. Solo poche sono venute sole.

Sembra un romanzo, invece è solo vita quotidiana: non succede niente di eclatante, nessun crimine, nessuna scomparsa misteriosa, solo attesa e visite e attesa.

Almeno tre donne sono in lista per il cancro al seno, come tante, come troppe, sembra un’epidemia.

Una donna anziana accompagnata dal figlio, se ne sta seduta composta, paziente, con il suo foulard antiquato al collo.

Una donna sola, senza trucco e con i capelli corti, i jeans stretti carichi di strass e le sneakers rosa corallo, sorride senza sorridere e cerca appigli per chiacchierare.

Un uomo né giovane né vecchio, passeggia telefonando e dichiara che in Svizzera le procedure sono molto più veloci.

Una mamma frastornata e sua figlia che imperterrita lavora al telefono, come se fosse indispensabile.

Una donna di colore, sola e piccola, stretta nella sua cuffia da cui spuntano occhi spaesati.

Una donna corpulenta col bastone, sua nipote che ha un’aria serena e un’altra donna anziana che sorride composta passano da una visita all’altra senza perdere colpi e senza lamentarsi.

E sembra una giostra, tu esci, io entro, le voci delle infermiere guidano il minuetto delle porte che si aprono e si chiudono.

Ci si guarda in viso, si scambiano due parole, ci si sorride, e per cinque ore si è insieme, ci si diventa familiari.

Non succede nulla di eclatante, non è un romanzo, ventiquattro vite più i loro accompagnatori si intrecciano per costrizione. Vite che si sfiorano.

L’ospedale è sempre il luogo dove i sorrisi tengono insieme e si sostituiscono a tante altre esternazioni, dove si sta insieme da soli, dove si sta in punta di piedi, dove l’attesa è carica di emozione più che di rabbia, dove tocchiamo le nostre corde più profonde incrociando gli sguardi degli altri.

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