Cambiare

Che cos’è che ci fa cambiare, anche radicalmente, nell’arco di una vita?

Probabilmente, la risposta corretta è: molti fatti – concatenati o meno – molte delusioni molti desideri molte lacrime molte inquietudini molta rabbia molto amore; e quindi la risposta corretta è tutto, tutto ci fa cambiare.

Osservare se stessi cambiare è un esercizio difficile perché ogni novità è talmente piccola che risulta amalgamabile con il resto, trova un posto nel tutto senza scossoni distintamente avvertibili; poi un giorno ci si ritrova diversi, ma il processo è stato pian piano metabolizzato, assimilato e il giorno della consapevolezza è solo un riconoscimento che non provoca terremoti emotivi.

Osservare un altro cambiare, è esercizio più facile perché il tempo che trascorre tra un incontro e l’altro, la prossimità che benché stretta non sarà mai la coincidenza di corpo e anima, le esperienze esperite necessariamente diverse, fanno sì che le tappe del processo risultino visibili e gli scossoni avvertibili.

E così ci si ritrova a osservare figli di partigiani, difensori degli ultimi, quelli che Berlinguer era un tenerone borghese, contro il sistema sempre e a prescindere, atei fin nel midollo e anticlericalisti schiumanti, idealisti tout court – profondamente e in maniera totalizzante, e vederli ultrasessantenni sostenere movimenti che hanno dubbie derivazioni e dubbie connessioni.

E li si era osservati, via via negli anni, farsi raccomandare per accucciarsi in quel sistema tanto odiato, succhiare dalla mammella dello Stato borghese tanto vituperato, mettersi in casa filippini, sposarsi in Chiesa verso la mezza età, pagare scuole private ai figli, fare largo uso della sanità privata e comprar casa nei migliori quartieri delle metropoli più capitaliste del Paese.

Osservo, non giudico. Le ragioni del cambiamento, come dicevo, sono tante.

Sarei curiosa di conoscere alcune di queste ragioni, comunque.

Perché nonostante la loro storia giovanile fosse lontana da me, riconosco grande nobiltà all’Ideale dell’uguaglianza, della difesa dei deboli e degli sfruttati, dell’indipendenza di pensiero; non trovarne più traccia mi intristisce.

Mi intristisce aver visto la morte della speranza, la morte della lotta per migliorare le cose.

Perché passare dal Movimento del ’77 alla Flat Tax a scaglioni, è credere che non ci sia più spazio per un miglioramento.

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Esercitarsi

È il più faticoso esercizio di vita che abbia mai fatto: cercare ostinatamente la positività.

In tempi prosperi, tranquilli e in ascesa, ci si può permettere il lusso di crogiolarsi in un malinconico pessimismo esistenziale… e diosolosa quanto questa sarebbe la mia condizione ideale! – ma in tempi incerti, in discesa e insicuri, il vero lusso è non lasciarsi intrappolare dal negativo e trovare motivi per un ottimismo realista che apra bene gli occhi su ciò che di buono esiste.

E questo lusso lo cerco e lo coltivo. Mi costa fatica, ma perseguo l’idea che la vita è bella. Sorrido e distolgo la mente dal nero diffuso: è un vero e proprio esercizio, che compio con ordine e diligenza; a volte non riesce, ma ricomincio.

Il nero esiste, non lo dimentico, però ho letto che è così non perché la luce non esiste, ma perché viene trattenuta e non raggiunge l’occhio… dunque ecco già una buona notizia: la luce esiste!

C’è chi dice che la civiltà occidentale stia per concludere la sua parabola: forse sì e quindi i tempi sono incerti e insicuri, siamo in discesa dunque; ma cerco di non rotolare a velocità elevata senza opporre resistenza…

È faticoso. Ma mi merito di non subire questo tramonto di civiltà piuttosto amaro. Mi merito di vedere tutto il bello e il bene e il buono che c’è. Mi merito di non essere sopraffatta dal rancore, dalla cattiveria, dal cinismo, dalla paura, dalla superficialità, dall’inutilità.

Voglio che la positività sia un’abitudine – un habitus – perché la guida e la narrazione attuali stabilite e inconsapevolmente accettate, non mi (ci) rendono giustizia.

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Vacuum

La città non è vuota, e un po’ mi dispiace. I negozi non sono tutti chiusi, e un po’ mi dispiace.

È da pazzi, lo capisco. Però un po’ mi manca l’agosto rovente che spazza le strade deserte bordate di saracinesche abbassate.

Mi manca il vuoto perché il vuoto, in pratica, non esiste più. E a me, per natura, manca sempre ciò che è andato perduto.

Il vuoto spaventa, mette ansia. Si cerca di riempirlo. Si cerca di evitarlo.

Ma era bella la città vuota e silenziosa. Si vedeva la città sul serio.

Si camminava per il gusto di camminare perché non c’erano commissioni da fare; si lasciava correre lo sguardo senza motivo; si ascoltavano il silenzio e le cicale; si accendeva la TV e si guardavano tutti i film italiani più improbabili.

Nel vuoto di agosto non si doveva avere volontà di dire di fare di pensare: si poteva essere e stare, senza remore né sensi di colpa.

A me quel vuoto metteva serenità. Mi riposava davvero.

E poi quando la città iniziava a rianimarsi, la si apprezzava di più; si sentiva il fermento del ricominciare.

Alla fine mi manca il vuoto perché era il preludio della rinascita.

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Che cosa trovo su Twitter

Io, dopo aver giurato di smettere di analizzare ogni.singola.cosa e di essere più decisa

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La bellezza

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Nîmes – Jardin de la Fontaine

La bellezza è anche una donna seduta in un giardino, che si riposa perdendosi nelle pagine di un libro.

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Mattina di agosto

Cose utili alla società fatte stamattina: zero!

Due ore a bere un caffè con un’amica, ritirati pacchi di libri e sistemati sul comodino (cioè, sotto… ma il concetto è lo stesso).

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E la pila di libri da leggere si alza…

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Blogger e scrittura

E niente, nell’ultimo periodo sono stata proprio al passo con l’editoria! Insomma… un minimo…

Ho letto Dieci cose che avevo dimenticato di Lucrezia Sarnari. Sarnari è una blogger e ha scritto un libro. E lo ha scritto bene. E mi è piaciuto.

Un’altra storia di donne, che cercano e a volte trovano, che ridono e piangono, che vivono, in piccolo in grande.

Un altro libro che racconta come siamo, come vorremmo essere, come riusciamo o non riusciamo ad essere.

Tra le sue pagine, ho trovato due cose per me – anche per me – che voglio rielaborare, piano piano (ché si sa, la lentezza è la mia cifra 😉 ).

Ci sono cose che dimentichiamo, per incuria credo; a volte abbiamo la fortuna di vedercele riconsegnate da eventi, fatti o epifanie. Clic. E tutto ciò che è uguale a se stesso, è all’improvviso e per sempre diverso.

 

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